Discussione:
lavoro e realizzazione personale,la grande mistificazione
(troppo vecchio per rispondere)
Artamano
2010-09-18 12:26:22 UTC
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Raw Message
REALIZZARSI NEL LAVORO: LA GRANDE MISTIFICAZIONE
di Adriano Segatori


"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"
- così recita il 1° articolo della Costituzione. Se già il termine
<democratica> mi procura un'emozione di antipatia, la specificazione
<lavoro> m'induce un senso d'insofferenza:
entrambi uniti un moto di repulsione.
"L'Italia è la Repubblica dei migliori fondata su una comunità di destino",
oppure "L'Italia è una comunità di migliori fondata sulla memoria dell'onore
e su un futuro
di gloria", o ancora "L'Italia è una comunità politica edificata su un
passato eterno ed per un destino glorioso": queste sarebbero delle
alternative accettabili per dare un significato trascendente alla casualità
di essere nati italiani. Come sta, l'articolo 1°
è patetico e indecoroso.

Questo principio è fuorviante e falso. Nel terzo millennio possiamo ben dire
che, anche accettando obtorto collo la buona fede di chi
intende una democrazia come una opportunità di coinvolgere ampiamente i
cittadini nella gestione della vita societaria, questo
tentativo è miseramente fallito in una "degenerazione individualistica e
anarchistico-plebea"[1]. La democrazia è
soltanto un comitato di affari in cui pochi tenutari del potere e gestori di
apparati partitici - al guinzaglio di agenzie esterne forti
e condizionanti le decisioni politiche - gestiscono la vita dei sudditi
indipendentemente dalle volontà individuali,gratificando le
voglie più basse dei singoli e contro il benessere degli stessi. Per quanto
riguarda il lavoro, poi, siamo alla menzogna più sfacciata,
in un sistema che ha rinunciato al minimo delle tutele, con un precariato in
continua espansione ed una flessibilità demotivante e
depressogena.

La questione <<lavoro>> è, per altro, particolarmente complessa per la
falsificazione linguistica alla quale è stato sottoposto
questo termine, e per la distorsione interpretativa che ha subìto a causa di
una demagogica - ed ancora in atto - campagna di
mistificazione
[2].


Innanzitutto, diciamo subito che il lavoro non è mai stato considerato, in
uno stato organico, una condizione di merito e di
prestigio. La visione del mondo nell'antichità giudicava il lavoro come una
situazione di svantaggio, una sgradevolezza, una
sventura, un dolore, una condanna del destino, al limite una fastidiosa
necessità alimentare. Il lavoro era direttamente associato
al bisogno, quindi ad un presupposto di per sé squalificante e foriero di
subordinazione, di accettazione, d'interesse materiale.
Esso era anche associato al fare, all'agitazione anonima e al movimento
condizionato, sempre all'insegna del riscontro cronologico,
del controllo quantitativo e della verifica di prestazione;era, perciò, il
negotium, la negazione dell'ozio - sperimentato come il
momento della serenità, della quiete interiore, dell'opportunità alla
meditazione. Il lavoro stava a Cronos come l'ozio stava a
Kairos.
All'interno di questa disgrazia, una variante classica del lavoratore era
quella riguardante l'artefice - proprio nell'intendimento etimologico di
colui che opera in senso
artistico; l'artigiano che si poneva al di fuori dei parametri cronologici,
efficientistici e quantitativi, in una attività che sottostava
all'idea di agire, perciò con autonomia decisionale, con consapevolezza
della forma, con distacco commerciale, con ricerca di perfezione: "A chi gli
chiedeva perché dipingesse così
lentamente Zeusi rispose: <<Perché dipingo per l'eternità>>"[3].
Proprio il cambiamento del parametro e della considerazione del tempo è
stata la condizione primaria per un'ulteriore deformazione del senso del
lavoro in una dimensione apologetica.

Con la comparsa delle macchine e il trionfo
dell'industrializzazione, ogni rapporto personale tra
l'opera ed il
suo autore è andata a sfumare fino a scomparire. Al di là
delle
dichiarazioni di principio e degli entusiasmi di copertura,
è chiaro
a tutti che l'esasperazione tecnologica - e la tecnocrazia
che è la
sua divinizzazione - hanno distrutto metodicamente ogni
residuo di
anima presente nell'attività artigianale, riducendo il
risultato del
lavoro a merce valutabile per vendibilità e comprabilità,
quindi
soffocata dalle esigenze del capitale, e l'uomo a mezzo di
produzione e a strumento dell'economia. La robotizzazione
del
lavoro, pensata come la massima innovazione possibile per
aumentare
il tempo libero dell'individuo e, con esso, ampliare le sue

opportunità di crescita personale, si è rivelata una
trappola
mortale per il fisico, per la psiche e per lo spirito.
Pensiamo alle
parole profetiche di Friedrich Georg Jünger risalenti al
1939: "Il
potere che l'uomo ottiene attraverso l'automatismo a sua
volta si
impadronisce dell'uomo, costretto a dedicargli i suoi
movimenti, la
sua attenzione, il suo pensiero. Il suo lavoro, che è
collegato alla
macchina, diviene meccanico e si ripete con uniformità
meccanica.
L'automatismo afferra l'uomo e non lo lascia più"[4]. E
così è
avvenuto.

La tecnica unita al capitale ha determinato uno degli
sconvolgimenti
più devastanti - ed irreversibili - che la storia dell'uomo
abbia
mai conosciuto: la perdita di senso della vita. All'interno
di un
meccanismo perverso, la persona ha perduto ogni
caratteristica di
cultura in un appiattimento funzionale all'efficienza e
all'efficacia dell'apparato di appartenenza; questa perdita
di
cultura, espropriandolo di qualunque competenza cognitiva,
etica e
spirituale, lo ha reso impotente nel giudizio e nella
critica del
contesto di azione e dei suoi stessi ruoli assunti. Ciò che
doveva
essere uno strumento dell'uomo si è trasformato in
dominatore dello
stesso, determinando un vero e proprio cambiamento del
paesaggio
esistenziale: "Poiché la tecnica è diventata l'ambiente
dell'uomo
moderno, è quest'ultimo che deve adattarsi a lei (e non lei
a lui);
essa costituisce il suo quadro di vita"[5]. Un
sovvertimento di
valori, perciò, che ha travalicato l'ambito lavorativo per
metastatizzare l'intero campo relazionale della modernità -

famiglia, amicizie, sport, arte, tempo libero.

Il lavoro è passato da una considerazione di calamità ad
una mistica
di provvidenza - per non dire di felicità -, in una
perversione che
dovutamente è stata caratterizzata da una precisa
operazione di
ampia, pressante e pervasiva demagogia.

Ecco che, con seduttiva circonvenzione, si è giunti
all'apologia
dell'<<umanesimo del lavoro>> e della sua sublimazione
nello <<Stato
del lavoro>>. Si è iniziato a parlare di <<lavoratori del
braccio>>
e <<lavoratori della mente>>, di <<lavoro intellettuale>>,
di
<<lavoro artigianale>> - il massimo del paradosso e della
corruzione
linguistica -, cosicché: "Oggi accade che perfino l'azione
e l'arte
assumano i caratteri di un <<lavoro>>, ossia di un'attività

vincolata, opaca e interessata svolta in base non ad una
vocazione
ma al bisogno e soprattutto in vista del guadagno, del
lucro"[6].

Questa manovra di lusinga si è sempre più affinata e resa
molto più
infiltrante. Si è millantato che attraverso il lavoro
l'uomo si
sarebbe liberato da ogni necessità contingente, avrebbe
potuto
soddisfare qualunque tipo di desiderio e, nella sostanza,
sarebbe
stato più libero. Ciò non è avvenuto, ma all`uomo è stato
fatto
credere ciò, e lui ci crede. La favola del Re Nudo è sempre
attuale
e di grande perspicacia. La sirena di questo abbaglio e di
questo
euforico naufragio ha un nome preciso - un misto tra
un'evocazione
ed un'invocazione -: benessere. Questo miraggio è il totem
progressista, per il quale si sono uccise culture, decimate

tradizioni, soffocati ideali e sterminate specificità; esso
è
diventato un tabù e, contemporaneamente, la parola d'ordine
di quel
totalitarismo globalizzante che sta cementificando il globo
e
desertificando le coscienze: "Distrugge le culture e
apporta il
benessere sopprimendo l'isolamento rurale e sostituendo le
leggi di
mercato ai rapporti sociali tradizionali"[7].

Totalmente inconsapevole di chi è, ed altrettanto
inconsapevole di
ciò che vuole avere e di ciò che vuole rappresentare,
l'uomo della
modernità inizia così ad introiettare in maniera più
pregnante
l'indicazione che le è stata insinuata con meticolosa e
metodica
penetrazione: la realizzazione è dimostrabile dal benessere
esibito.
Il potere economico, a questo punto, una volta costruita
dal nulla
una realtà tecnocratica, e attraverso questa schiavizzato
l'uomo a
puro fine di stabilizzazione e di espansione di se stesso,
ha
approntato dei meccanismi propagandistici molto sofisticati
per
giustificarsi e trasmettere in maniera subliminale i nuovi
dis-
valori: "Di qui la necessità per chi gestisce il potere per
un verso
di giustificare in qualche modo l'invidia sociale,
presentandola
come propedeutica ad una sana competizione meritocratica,
capace di
favorire la crescita di produzione e consumo, e per l'altro
di non
permettere che i conflitti superino una certa misura e
finiscano per
mettere in discussione la legittimità del sistema e la
lealtà verso
questo dei cittadini consumatori"[8]. In altre parole, il
messaggio
è: tutti possono raggiungere qualunque beneficio purchè sia
sempre
più elevata la disponibilità al lavoro e la dedizione
all'impresa.
Del resto, è di pochi mesi fa l'agghiacciante dichiarazione
del
Presidente del Consiglio che invitava la gente a consumare
di più
per produrre di più: - un insulto nei confronti della
persona e del
suo rimasuglio di dignità, ed una presa in giro del buon
senso e
dell'intelligenza residuali dei cittadini che pretende di
rappresentare. Quindi, realizzazione come impegno
nell'avere e come
ostentazione del medesimo. Naturalmente, per dimostrare una
parvenza
di equità ed una finta democratizzazione degli acquisti, lo
stesso
potere economico ha creato dei dispositivi di accesso ai
beni di
consumo in diretta connessione con i bisogni indotti che li

incentivano, creando un mostruoso cortocircuito di
<<produco-
guadagno-compro-spendo>> in una logica di schiavizzazione
spontanea
e masochista: "Diventando lavoratore, consumatore e utente,
il
cittadino si sottomette anima e corpo alla macchina. [Il]
lavoratore
(.) diventa il proprio <<aguzzino>>, gestendo il proprio
autosfruttamento e autogestendo il proprio
sfruttamento"[9]. Un vero
e proprio incaprettamento economico: un cappio alla gola,
che lo
induce a desideri superflui da soddisfare ed un laccio ai
piedi, che
lo costringono a rimanere immobile nel perverso meccanismo
produttivo.

E la libertà? Annullata totalmente da una finta possibilità
di
scelta: o socialmente morto, espulso dal ciclo produttivo-
consumativo, o socialmente schiavo, incatenato alla
procedura di
produzione e di consumazione. Tertium non datur.



Ma tutte queste manovre di sudore sicuro e di ricchezza
virtuale e
precaria potevano - e possono - andar bene per i
rappresentanti di
una cittadinanza di bassa lega, "un errore che li accomuna
a tutta
la plebaglia di questo mondo"[10]; una realizzazione di
bisogni
primari, vegetativi, sostanzialmente rozzi e popolari. Ben
più
ricercate ed appetitose esche dovevano essere approntate
dal sistema
per catturare quei soggetti dal palato sensibile e dalle
esigenze
più sofisticate, gli insoddisfatti del semplice accumulo -
anche se
ragguardevole e ben pubblicizzato - ma che reclamavano il
bisogno
interiore di apparire ben oltre le pur sostanziose
ricompense
economiche: si inventarono i <<Cavalieri del Lavoro>>,
precursori
più discreti degli attuali manager. Chi frequenta per
esigenze
vegetative una qualunque azienda ha un'idea precisa di chi
parlo.
Sono quelli che arrivano in sede ben prima del <<grande
capo>>, al
quale rendono dei servizi assolutamente incompatibili con
il ruolo
ufficiale - autista, addetto alle fotocopie, guardia spalle
nelle
riunioni allargate, maggiordomo in quelle ristrette,
propagandista
delle bontà decisionali -; sono quelli che lodano la
bellezza del
manto regale che non c'è - tanto per ritornare nella
metafora della
fiaba. Sono sempre loro che chiudono le luci e controllano
le porte
per ultimi, che tengono il telefonino acceso durante il
tempo delle
ferie - generosamente concesse e mai liberamente trascorse
-, che
chiedono il permesso per assentarsi e sbavano per la
concessione di
affiancare il <<grande capo>> durante le cerimonie
ufficiali. La
<<grande madre azienda>> sa cosa sia la cosa migliore da
fare, e
loro si affidano alla vision materna con frustrante ma
negata
accondiscendenza: "Ciò che il bambino vede e ciò che la
madre
vorrebbe che egli vedesse possono essere qualcosa di molto
diverso,
[fino] ad una coazione a non vedere determinati aspetti
della
madre"[11]. Qui siamo ad una parodia di realizzazione posta
su un
piano perversamente superiore. Non basta più la sirena del
denaro,
interviene la lusingatrice del narcisismo. E dove va a
parare il
narcisismo se non sul seduzione del potere, su quella
attrattiva
manipolata ma incontenibile di essere in una qualche misura
padroni
di una certa situazione. Questi figuri credono di essere
diversi dai
servi che controllano, in realtà sono ancora più
prigionieri perché
accalappiati attraverso un sistema più sottile ed
intrigante -
quello psicologico -, a differenza degli altri che sono
motivati da
interessi gretti ma concreti. Per essere disposti a
sostenere il
manto regale inesistente azzerano ogni dignità ed ogni
richiesta
interiore, in una vera e propria liquidazione della
personalità. A
proposito, c'è un manuale da studiare approfonditamente che
permette
di scoprire queste regole di annullamento - se lo conosci
lo eviti -
e che viene invece esaltato come un vangelo del
successo[12]. Già i
titoli di alcuni dei 48 capitoli sono significativi: Non
fidatevi
troppo degli amici, Mascherate le vostre intenzioni,
Atteggiatevi ad
amico, agite come una spia, Non offendete la persona
sbagliata, Non
prendete posizione, Siate un perfetto cortigiano,
Dissimulate la
fatica, Spogliatevi di qualunque forma; un vero e proprio
trattato
di psicopatologia, di lavaggio del cervello nel management,
il
manuale indicativo della democrazia: "<<Le repubbliche
democratiche
mettono lo spirito di corte alla portata della maggioranza
e lo
fanno penetrare simultaneamente in tutte le classi>>. Non è
una
corte verticale, come nelle aristocrazie, ma laterale:
ciascuno fa
il ruffiano con tutti"[13]. Questi individui pensano di
essere
padroni - nel lavorare in maniera indefessa, nel negarsi un
briciolo
di dignità, nel soffocare il minimo anelito di autonomia,
nel
privarsi di ogni forma interiore, nel soddisfare la volontà
di
flessibilità e di genuflessione - in realtà confermano solo
una
intramontabile considerazione: che borghesia e plebe
partono da una
stessa matrice originaria; se il proletario è solo un
borghese
mancato, e il borghese un proletario ripulito, entrambi
derivano da
una uguale volontà, quella denunciata da Plutarco, che:
"L'adulatore
nasce libero ma decide di vivere da schiavo"[14]. E questa
sarebbe
la tanto decantata <<realizzazione nel lavoro>>.



Ma allora, dove si situa la libertà, in quale fetta di
cittadinanza
si pone il criterio di <<realizzazione>>, il suo paradigma
reale?
Che cosa si intende, quindi, per <<realizzazione>>?

Realizzazione è sempre stata intesa come processo di
formazione di
sé, come un simultaneo obiettivo e percorso per soddisfare
la
propria vocazione e la specifica interiorità. Questa
condizione
dinamica che non ha mai una conclusione, ma è uno stato in
perenne
evoluzione di perfezionamento, segue delle direttive
precise ed
ineludibili. Innanzitutto la consapevolezza che libertà non

significa soddisfazione indeterminata dei bisogni, ma la
capacità di
scindere la necessità vitale dal superfluo indotto ed
artatamente
intrappolante; la libertà è la volontà attiva di rinuncia a
tutti i
falsi idoli e agli umilianti privilegi che il sistema
totalitario
spaccia con disinvoltura, all'unico scopo di mantenere il
vero
controllo sui cittadini; la libertà è la ricerca
dell'essere, cosa
ben diversa dalla precaria caricatura dell'avere e del
rappresentare; la libertà è la definizione di una propria
forma, di
un proprio stile e di una personale armonia, a fronte di un
apparato
che esige una confusività, una fluidità ed una
conflittualità
contrabbandate come ambizioni e prerogative di carriera; la
libertà
è quella condizione perfettamente indicata da Ernst Jünger
nella
figura dell'Anarca - sempre più attuale nelle sue
indicazioni delle
linee di vetta: "L'Anarca (.) conosce e valuta bene il
mondo in cui
si trova ed è capace di ritirarsi da esso quando gli pare.
(.)
L'Anarca sa che la libertà ha un prezzo, e sa che chi vuole
goderne
gratis dimostra di non meritarla"[15]. Mai, forse, come
nell'epoca
che viviamo, la figura dell'Anarca assurge a modello di
libertà e di
aristocrazia. Questa è l'unica, vera e assoluta
realizzazione.

La decisione sul proprio tempo, che non è il semplice
lasciarsi
trascorrere passivamente nel nulla, ma attiva
partecipazione a
quelle attività che sono feconde per il proprio spirito e
la propria
anima, e che sole permettono il compimento di senso della
vita e di
dignità per la persona. Un tempo centellinato nella
riscoperta di sé
e non sprecato nella maniacale esigenza di soddisfare le
aspettative
degli altri.

La volontà di resistere alle blandizie mistificanti di una
società
sempre più malata di competizione e di arrivismo, in una
ricerca
tanto spasmodica quanto patologica di una centralità che è
come la
corsa parossistica di un parkinsoniano.

Il rifiuto di tutto ciò che può concorrere a catturarci nel
vortice
della precarietà e dell'effimero apparire e, con questo, di
tutti
quei finti legami e ingannevoli adulazioni che sono la
patina
dell'ipocrisia e del perbenismo imperante.

La libertà dalla frequentazione dei risentiti, di tutti
coloro che
hanno fatto della carriera un surrogato delle loro mancanze

interiori, della loro fragilità personologica, della loro
insofferenza famigliare, della loro inadeguatezza
esistenziale.

La realizzazione è nel distacco aristocratico e nello stile

raffinato di chi è persuaso che: "Occorre riuscire a
considerare il
lavoro come un gioco, cui io collaboro, e che nel contempo
osservo.
(.) Il tratto particolare che fa di me un anarca è il fatto
di
vivere in un mondo che, in ultima analisi, non prendo sul
serio. Il
che rafforza la mia libertà: servo come un contemplatore
volontario"[16].

Niente di più, niente di meno. Una lucida e fredda azione
consapevole, senza partecipazione. Perché bisogna sfatare
la grande
menzogna della <<realizzazione nel lavoro>>. La
realizzazione è,
eventualmente, al di fuori - se non contro - il lavoro.


Adriano Segatori


--------------------------------------------------------------------

[1]Cfr. F.G. FREDA, Platone. Lo Stato secondo giustizia,
Edizioni di
Ar, Padova, 1996, p. 10.

[2] Cfr. J. EVOLA, L'arco e la clava, Scheiwiller, Milano,
1971, pp.
39-41.

[3] W. TATARKIEWICZ, Storia dell'estetica, Einaudi, 1988,
vol. I, p.
100.

[4] F.G. JÜNGER, La perfezione della tecnica, Settimo
Sigillo, Roma,
2000, p. 52.

[5] J. ELLUL, La tecnica rischio del secolo, Giuffré,
Milano, 1969
in S. LATOUCHE, La megamacchina, Bollati Boringhieri,
Torino, 2000,
p. 62.

[6] J. EVOLA, L'arco e la clava, cit., p. 41.

[7] S. LATOUCHE, L'occidentalizzazione del mondo, Bollati
Boringhieri, Torino, 1996, p. 54.

[8] C. GAMBESCIA, Il migliore dei mondi possibili. Il mito
della
società dei consumi, Settimo Sigillo, Roma, 2005, p. 112.

[9] S. LATOUCHE, La megamacchina, cit., p. 41.

[10] F.G. JÜNGER, La perfezione della tecnica, cit., p. 26.

[11] M.F.R. KETS de VRIES, Leader, giullari e impostori,
Raffaello
Cortina, Milano, 1998, p. 17.

[12] Cfr. R. GREENE, (a cura di J. ELFFERS) Le 48 leggi del
potere,
Baldini&Castoldi, Milano, 1999.

[13] A. de TOCQUEVILLE, La democrazia in america, Milano,
Rizzoli,
1992 in R. STENGEL, Manuale del leccaculo, Fazi Editore,
Roma, 2004,
p. 204.

[14] Cfr. R. STENGEL, Manuale del leccaculo, cit., p. 96.

[15] A. GNOLI / F. VOLPI, I prossimi titani. Conversazioni
con Ernst
Jünger, Adelphi, Milano, 1997, p. 56.

[16] E. JÜNGER, Eumeswil, Guanda, Parma, 2001, pp. 106-107.





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Mides the Hapax (was MtH)
2010-09-18 13:11:47 UTC
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Post by Artamano
REALIZZARSI NEL LAVORO: LA GRANDE MISTIFICAZIONE
di Adriano Segatori
"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"
E questo è già un grande bidone nelle sue premesse generali. Lo dico io che
va cambiata.
L'articolo 1 è patetico ed indecoroso a prescindere. Il fatto che una
nazione (repubblica, dittatura o quello che ti pare) si fondi sul lavoro è
un'ovvietà imbarazzante. E su cosa dovrebbe fondarsi? Sulle pippe? :D Il
motivo per il quale è stato enunciato quell'articolo, invece, è
assolutamente strumentale. Si voleva probabilmente strizzare l'occhio al
bolscevismo, mantenendo i piedi nel liberalismo. Un accozzaglia ideologica i
cui risultati sono noti a tutti.
Post by Artamano
Questo principio è fuorviante e falso. Nel terzo millennio possiamo ben
dire che, anche accettando obtorto collo la buona fede di chi
intende una democrazia come una opportunità di coinvolgere ampiamente i
cittadini nella gestione della vita societaria, questo
tentativo è miseramente fallito in una "degenerazione individualistica e
anarchistico-plebea"[1]. La democrazia è
soltanto un comitato di affari in cui pochi tenutari del potere e gestori
di apparati partitici - al guinzaglio di agenzie esterne forti
e condizionanti le decisioni politiche - gestiscono la vita dei sudditi
indipendentemente dalle volontà individuali,gratificando le
voglie più basse dei singoli e contro il benessere degli stessi. Per
quanto riguarda il lavoro, poi, siamo alla menzogna più sfacciata,
in un sistema che ha rinunciato al minimo delle tutele, con un precariato
in continua espansione ed una flessibilità demotivante e
depressogena.
L'alternativa quale sarebbe? Lo stato socialista? Il finto comunismo
capitalista cinese? I sultanati islamisti?
"Obtorto collo" la democrazia è senz'altro il meglio che si trova in
circolazione. Fino a prova contraria, evidentemente...
Per il resto lascio. I giudizi sul marxismo li lascio alla storia :)

Ciao,
MtH
Francesco Tranfaglia
2010-09-19 16:09:31 UTC
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"Artamano" <***@katamail.com> ha scritto nel messaggio news:Od2lo.209078$***@twister1.libero.it...

"Arbeit macht frei", o pure quella è una menzogna degli sterminazionisti?
Artamano
2010-09-19 18:10:11 UTC
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Post by Francesco Tranfaglia
"Arbeit macht frei", o pure quella è una menzogna degli sterminazionisti?
è una massima che stà benissimo anche in campo liberalcapitalista.
Il motto degli schiavi volontari



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giossone
2010-09-20 17:00:46 UTC
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Post by Artamano
Post by Francesco Tranfaglia
"Arbeit macht frei", o pure quella è una menzogna degli sterminazionisti?
è una massima che stà benissimo anche in campo liberalcapitalista.
Il motto degli schiavi volontari
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L'Italia è una Repubblica fondata su una coercizione imposta a dei
popoli formati da multietnie parlanti il dialetto toscano, diventato
lingua ufficiale peninsulare ed isole limitrofe..
Uno stato multietnico è accettato quando ha un collante con grossi
poteri di convenienza, vedi Stati Uniti d'America e Svizzera.
Non è mai stato fatto un referendum per l'Unità d'Italia e pertanto la
Repubblica Italiana si rifà alle ambizioni di un monarca e di uno
statista di una Monarchia sabaudia di egida piemontese.
La lega ha successo elettoralmente per questo motivo poichè ha messo
il dito sulla piaga italica.
Un popolo è formato dagli usi,costumi e consuetudini, ditemi voi
l'omogeneità fra il Friuli e la Sicilia, fra la Calabria e il lombardo-
veneto, fra le Puglie e il Piemonte!
Culture diverse, storie diverse ed imparità nel produrre ricchezza da
creare interessi divergenti.
Questa è una realtà inconfutabile.

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